Nel corso degli anni settanta, la bossa nova è ormai nel mito, come tutti i suoi storici interpreti, mentre il tropicalismo si dissolve, lasciando però un segno indelebile nella cultura musicale del paese, che indietro non può più tornare. Intanto, si va allentando la morsa della dittatura, fino al suo tramonto nel 1985. La MPB viaggia verso il nuovo secolo con gli interpreti storici della bossa nova e le nuove grandi personalità musicali.

Tom Jobim, Vinicius de Moraes e João Gilberto erano stati quelli che avevano voltato pagina, portando il samba tra le braccia del jazz. Caetano Veloso e Gilberto Gil erano stati i rivoluzionari gentili, coloro che avevano aperto le porte della tradizione al rock e al beat, ma che avevano anche deciso di esprimere in versi il proprio dissenso politico. Chico Buarque era invece il poeta colto e raffinato, che raccontava il disagio del suo popolo. Sulla scia di queste eccezionali personalità non poteva non proliferare una generazione di fenomeni. E le generazioni sono state più di una. Djavan, Marisa Monte, Adriana Calcanhotto, Tribalistas, sono solo alcuni dei grandi artisti venuti dopo la rivoluzione dei bossanovisti e dei tropicalisti, mentre Elis Regina e Gal Costa sono state le interpreti cui ogni autore sognava di dare un proprio brano.

Le Signore della MPB

Le interpreti della MPB esplose dagli anni settanta in poi e degne di essere menzionate sono tante e le caratteristiche che le accomunano sono la personalità e la vocalità di cui tutte sono dotate. Rita Lee, Daniela Mercury, Miucha, Margareth Menezes, Flora Purim, Leila Pinheiro, Beth Carvalho, Clara Nunes, Ana Caram, Paula Morelembaum, Bebel Gilberto, sono nomi che vengono di getto e che rappresentano la storia della MPB degli ultimi cinque decenni. Ma, se dovessi scegliere tre soli nomi da inserire nell’olimpo delle grandi interpreti brasiliane non avrei dubbi: Elis Regina, Gal Costa e Maria Bethãnia.

Elis Regina, la più amata

Elis Regina al Teatro da Praia nel 1969, Fonte: Arquivo Nacional

La ragazza di Porto Alegre è il mito, la voce mai dimenticata dal popolo. È stata il trait d’union tra la bossa nova e il tropicalismo. Interprete dalle qualità vocali indiscusse, ma personaggio controverso, dalla natura tormentata. Fu proprio il suo temperamento, unito alla classe, a renderla così popolare presso il pubblico, che inventò per lei soprannomi come Furacão (uragano) e Pimentinha (peperoncino). Elis & Tom è forse l’album che meglio la rappresenta, inciso con Tom Jobim e considerato uno dei dischi più belli di sempre, pur se realizzato in un ambiente teso, proprio a causa del difficile carattere della cantante. Quella instabilità emotiva contribuì a renderla schiava di droga e alcol, che la condussero poi a una fine prematura nel 1982, quando l’artista aveva solo trentasei anni.

Gal Costa, la sensuale

Gal Costa. Fonte: Correio Braziliense

Tra i grandi interpreti della bossa nova e della MPB, non può mancare lei: la voce del Tropicalismo, la cassa di risonanza di Caetano Veloso e Gilberto Gil durante l’esilio a Londra, l’immagine seducente della nuova cultura post ’68. Gal Costa è nata a Salvador de Bahia e già al IV Festival della MPB, a soli 22 anni, fu nominata “cantante dell’anno” per l’interpretazione del brano Divino maravilhoso, composto dagli amici Gilberto Gil e Caetano Veloso. Due anni dopo fu la volta del suo primo album da solista, Gal Costa. Oggi, la sua discografia conta 32 album in studio e 8 live. Hanno scritto per lei i più grandi autori, dal già citato Veloso a Jobim, da Chico Buarque a Djavan. È stata punto di riferimento per tutti gli artisti brasiliani e se all’inizio della carriera il suo modello era Janis Joplin e il suo stile si avvicinava maggiormente al gusto nordamericano, dall’album Gal a todo vapor del 1971 è diventata l’interprete universalmente amata della MPB. Samba, Bossa nova, Forrò, ogni genere è perfetto per la sua voce da usignolo sensuale.

Gal Costa è certamente la cantante brasiliana più famosa nel mondo e non c’è amante della MPB che non abbia almeno un suo disco. Se il volto della Gabriela di Jorge Amado è quello di Sonia Braga, la voce è quella di Gal Costa. Scegliendo uno solo dei suoi splendidi album, direi Gal Costa canta Tom Jobim del 1999, di cui è reperibile anche il DVD. È un concerto fantastico, in cui l’arte del mestre soberano incontra la voce sensuale del Brasile.

Maria Bethânia, la mistica

Maria Bethânia. Fonte: PGL.gal

Maria Bethânia non gode della stessa fama internazionale di Elis e Gal, eppure in Brasile è tra i primi dieci artisti di ogni tempo, in termini di vendite, con oltre 26 milioni di dischi venduti. È la sorella di Caetano Veloso, con cui ha iniziato la carriera artistica. Nel 1964, i due fratelli con Gilberto Gil, Gal Costa e Tom Zé, allestirono lo spettacolo Nós por exemplo a Salvador, una raccolta di classici della musica popolare brasiliana dagli anni 30 agli anni 50, e l’anno successivo incise il primo disco. Fu ben presto ribattezzata “l’ape regina della MPB” e da allora non le è più mancato l’affetto del pubblico.

Maria racconta la realtà del Brasile attraverso la drammaticità tipica del suo canto. Artista magnetica, capace di rappresentare l’anima più profonda della sua Bahia. Libera da etichette artistiche, politiche o di genere, è diventata un’icona di libertà e ha avuto il merito di mostrare alle donne l’importanza dell’affrancamento da un passato di sottomissione psicologica, ma senza essere necessariamente femministe. La sua arte non è solo cantare canzoni, ma rappresentarle come l’anima del mondo.

“Bethânia è piena. Un essere, completo, illuminato, raro, circondato da un’aura mistica incredibile, che traspare completamente”. Caetano Veloso


“Le etichette, il fatto di essere chiamata Regina, Diva, mi riempiono d’orgoglio. Ma le parole finiscono qui. Io sono una donna, una cantante del nord-est brasiliano, vivo per rappresentare l’anima e il cuore del mio popolo. Il resto non conta”. Maria Bethânia

Una nuova generazione di fenomeni

Dopo giganti del calibro di Tom Jobim, Vinicius de Moraes, João Gilberto, Chico Buarque e Caetano Veloso, che hanno cambiato il corso della musica e della cultura brasiliana, non poteva non esserci un’altra generazione di compositori fenomeni. E le generazioni sono state più di una. Ovviamente, non ci si può aspettare cambiamenti epocali in ogni decennio, e una personalità come Jobim è unica nel panorama della musica mondiale, ma il rinnovamento prosegue attraverso la crescita dei nuovi talenti. Come nel caso delle interpreti femminili, sarebbero molti i nomi da menzionare. Penso a Ivan Lins, Milton Nascimento, Jorge Benjor, Carlinhos Brown, Arnaldo Antunes, Chico Cesar. Ma, se anche in questo caso dovessi indicarne solo tre, non avrei dubbi: Djavan, Adriana Calcanhotto e Marisa Monte, quest’ultima con l’appendice dei Tribalistas.

Djavan, il più europeo dei brasiliani

Djavan. Fonte: www.jornalnopalco.com.br

Djavan nasce da una famiglia povera di Maceió, nel nord-est del Brasile. Il padre era di origine olandese e la mamma di origini africane. Da ragazzo era un calciatore promettente, ma la passione per la musica ebbe il sopravvento. Imparò a suonare la chitarra da autodidatta e iniziò a esibirsi nei locali e sulle spiagge di Maceió, con molti brani dei Beatles in repertorio. Nel 1973 si trasferì a Rio de Janeiro e nel 1976 incise il primo album, A Voz, o Violão e a Arte de Djavan, che comprendeva il suo primo grande successo, Flor de Lis.

Sebbene i suoi esordi risalgano agli anni settanta, il nome di Djavan esplode a livello internazionale nel 1982, a seguito di due eventi importanti: Caetano Veloso incide uno dei suoi capolavori, Sina, che Djavan aveva scritto proprio in suo onore; e il suo album Luz, registrato negli Stati Uniti e con la partecipazione di Stevie Wonder, viene premiato come disco dell’anno. Da allora, Djavan è diventato uno degli artisti brasiliani più apprezzati nel mondo. La sua musica, sospesa tra sonorità nordestine, bossa nova e funky, è stata ripresa dai nomi più grandi del panorama musicale internazionale. I Manhattan Transfer nel 1987 incisero Brasil, un intero disco dedicato alle sue canzoni, con una splendida cover di Sina dal titolo Soul Food To Go. Ad oggi, la sua discografia comprende 33 album.

“Canto le canzoni d’amore come protesta verso la violenza, così come negli anni sessanta gli artisti brasiliani usavano la canzone di protesta come ribellione alla violenza dei generali”. Djavan

Adriana Calcanhotto, la poliedrica

Adriana Calcanhotto. Fonte: Leo Aversa. Divulgação

Adriana Calcanhotto è una delle più interessanti personalità della MPB post tropicalismo. Cantautrice, strumentista, produttore musicale e finanche illustratrice, sono tante le sfaccettature della sua vena artistica. La sua stella inizia a brillare agli albori degli anni novanta, grazie a uno stile che fonde samba, rock, bossa nova e pop.

Adriana è di Porto Alegre, la stessa città di Elis Regina cui viene paragonata all’inizio della carriera, ed è figlia di un batterista di origini italiane. Il suo primo disco, Enguiço, è del 1990, e contiene una delle canzoni più belle del suo repertorio, Naquela Estaçao, con testo di Caetano Veloso. Già il seguente, Senhas del 1992, è interamente prodotto da lei e contiene sue canzoni originali. Il primo live, Público del 2000, testimonia uno show godibilissimo in cui ci sono soltanto lei e la sua chitarra. Se dovessi consigliare un album dalla sua discografia, indicherei proprio questo, disponibile per la visione su YouTube.

Adriana Calcanhotto è artista eclettica e dal 2004, con lo pseudonimo di Adriana Partimpim (il nomignolo con cui la chiamava il padre quand’era piccola), pubblica una serie di album di canzoni tradizionali per bambini. Da qualche anno, Adriana insegna alla Facoltà di Lettere dell’Università di Coimbra in Portogallo.

Marisa Monte, la Mina brasiliana

Marisa Monte è l’artista che a livello internazionale ha, più di altri, raccolto il testimone di Elis Regina e Gal Costa. È lei oggi la cantante della MPB e del pop brasiliano più conosciuta nel mondo. La sua musica mette d’accordo tutti, perché mescola la tradizione del samba e della bossa nova con quella del pop internazionale. Con Arnaldo Antunes e ha dato vita al progetto Tribalistas che, con l’omonimo album del 2002, le ha dato grande visibilità al di fuori dei confini nazionali. Da sola e con i Tribalistas ha vinto nella sua carriera 3 Latin Grammy Award.

La famiglia di Marisa Monte fa parte della borghesia carioca. Il padre, economista di origini italiane, era direttore della scuola di samba Portela, così lei è cresciuta nel cuore della tradizione e della cultura di Rio. Marisa voleva diventare cantante d’opera e, nel 1986, a 19 anni, trascorse 10 mesi in Italia, tra Venezia e Roma, per studiare canto litico. Intanto, a Roma si esibiva con il pianista brasiliano Jim Porto, ma fu scoperta dal giornalista e produttore discografico Nelson Motta in un locale di Venezia (il “Dona Flor” di Mestre), durante uno spettacolo di MPB accompagnata dal chitarrista italiano Roberto Bortoluzzi. Tornata in patria, esordì con spettacoli e concerti dal vivo, ottenendo grande successo con un repertorio che spaziava dalla MPB, al rock, fino al jazz. Fu definita addirittura la «Mina brasiliana», per il talento, le doti vocali e la capacità di interpretare qualunque repertorio, e divenne un piccolo fenomeno in Brasile, pur non avendo ancora mai inciso un disco.

Il suo primo album, che porta semplicemente il suo nome, fu pubblicato nel 1989 ed era un disco live, cosa anomala per un artista debuttante. Ma nella sua esplosione a livello nazionale c’è ancora l’Italia. Infatti il grande successo arrivò con Bem que se quis, cover della canzone E po’ che fa di Pino Daniele. Il disco vendette 500.000 copie in Brasile, consacrando Marisa nuova stella della musica brasiliana. Nel successivo album, Mais del 1991, esordì come cantautrice, mentre il bellissimo terzo lavoro, Verde, anil, amarelo, cor-de-rosa e carvão del 1994, giunto dopo una tournée in Europa e Stati Uniti, la consacrò stella internazionale.

I Tribalistas nel 2018 sono stati ospiti di Nick The Nightfly a Montecarlo Nights.

Nick a Marisa: Dicono che tu sei la Mina brasiliana.

Marisa: Mina è unica, non ce n’è un’altra. Mina abita nei nostri cuori.

Tribalistas, i tre parceiros

Nel 2003 un brano invade l’estate italiana: Já sei namorar di un nuovo gruppo brasiliano, i Tribalistas. Quel gruppo è in effetti un trio di artisti molto noti in patria e all’estero: Marisa Monte, Arnaldo Antunes e Carlinhos Brown. Il nome era stato scelto perché richiamava i concetti di trio, tribù e tribo, che in gergo brasiliano indica un gruppo di amici. Tribalistas fu infatti il risultato dell’amicizia che legava quei tre da circa una decina di anni.

Nel marzo 2001 Carlinhos Brown stava producendo il nuovo album di Arnaldo Antunes. Chiamò Marisa per farle cantare insieme ad Antunes la canzone che dava il titolo al disco. Dopo l’incisione, i tre continuarono a suonare e a comporre nuove canzoni. Ne scrissero una ventina di pezzi, che però rimasero lì, chiuse nel cassetto. Dopo un anno, i tre entrarono in studio a Rio e incisero finalmente le canzoni composte un anno prima a Bahia. Il lavoro fu ripreso con telecamere MiniDV, ma ne venne fuori un prodotto così interessante che fu deciso di far uscire un DVD in contemporanea con l’album.

Il disco non ebbe promozione, perché Marisa era incinta, infatti partorì nel dicembre successivo. Solo nel 2003, dopo il grande successo di Já sei namorar, i tre fecero promozione all’estero, come nel caso del Festivalbar 2003 a Verona. L’album ricevette 5 nomination ai Latin Grammy Awards del 2003, vincendo il premio come miglior album pop brasiliano.

Nel 2017 il trio, pur avendo sempre dichiarato che non ci sarebbe stato un seguito, ha pubblicato un secondo album, con il medesimo titolo, e l’anno successivo c’è stato il primo tour come gruppo Tribalistas. Il nuovo lavoro non ha avuto il successo del primo, pur essendo altrettanto interessante.

“Mi piace pensare che il termine tribalista contenga i concetti di trio, trinità e tribù: un sanissimo miscuglio di sacro e profano. E ancor più mi piace immaginare che questo possa essere l’antidoto giusto contro gli eccessi dell’ego”. Marisa Monte

Conclusione

Termina qui questa piccola storia della bossa nova e della MPB dagli anni cinquanta a oggi. Ci sarebbe da scrivere ancora tanto, così come ci sarebbero da approfondire tanti temi solo sfiorati. Per questo, nei prossimi appuntamenti con la musica brasiliana analizzeremo un solo tema alla volta, che sia un artista, una canzone o un album, avremo un solo obiettivo da focalizzare.

Quindi, a presto, perché la bossa nova non morirà mai.

Discografia consigliata

Coisa de acender di Djavan, Columbia, 1992

La copertina del disco Coisa de acender di Djavan

È il suo primo album degli anni ‘90, non il migliore lavoro in assoluto ma uno dei più belli senz’altro. Qui la maturazione artistica è completa. Non c’è più nulla da sperimentare, la sua personalissima fusion riesce ormai a fondere jazz, soul, blues e funk nordamericano, con la cultura nordestina e la bossa nova, tutto in maniera originale e naturale. In questo disco ci sono alcuni dei capolavori della sua intera produzione, come Linha do Equador, con testo di Caetano Veloso, Se, Boa Noite e Outono, ballata nostalgica e suggestiva. In molti brani ci sono i cori della figlia Flávia Virginia.

Verde, anil, amarelo, cor-de-rosa e carvão di Marisa Monte, 1994

La copertina del disco Verde, anil, amarelo, cor-de-rosa e carvão di Marisa Monte

Questo è da molti considerato il miglior album di Marisa Monte. Crocevia della sua carriera da interprete a cantautrice e l’inizio della collaborazione con i suoi due storici parceiros. L’album fu registrato tra New York e Rio e prodotto da Arto Lindsay. Ospiti di eccezione furono Philip Glass, Gilberto Gil, Paulinho da Viola, Laurie Anderson e Naná Vasconcelos. Nel disco ci sono brani di Arnaldo Antunes, Carlinhos Brown con la bellissima Maria de verdade e Segue o seco, Paulinho da Viola con la commovente Dança da solidão, Jorge Benjor, nonché della stessa Marisa, di cui mi piace ricordare Bem leve. Il titolo è ripreso da una canzone di Carlinhos Brown ed è un gioco sui colori del Brasile: “Il Brasile è verde, indaco, giallo (i colori della bandiera), ma è anche rosa e nero (carbone)”.

Gal Costa canta Tom Jobim di Gal Costa, BMG, 1999

La copertina del disco Gal Costa canta Tom Jobim

Questo è l’omaggio di Gal a Tom, scomparso nel 1994. Un doppio cd con 24 brani che testimonia il concerto dal vivo tenuto dalla cantante al Palace di São Paulo nel settembre del 1999. Nelle note del libretto allegato al DVD (reperibile al pari del cd) è scritto che Gal con questo disco incontra se stessa bambina, quando ascoltava incantata le canzoni di Jobim con la voce di João Gilberto. Tutta la MPB deve inchinarsi al mestre soberano e in questo spettacolo ritroviamo le canzoni più belle della bossa nova con la voce più bella del Brasile. Disco imperdibile.

Fonti:
Chega de saudade storia e storie della bossa nova di Ruy Castro, Angelica Editore
Il popolo del Samba di Gildo De Stefano, Rai Eri
La Storia della Musica Latino Americana di AA.VV., Hobby & Work
Musiche dal Mondo. Atlante sonoro della World Music di AA.VV., Fabbri Editori
Musica Brasiliana di Roberto Valentino e Raffaello Carabini, Editrice New Sounds srl
diariodorio.com
Wikipedia

Autore

Silvio Coppola

Silvio Coppola è nato a Salerno. Musicista, scrittore, giornalista e conduttore radiofonico. È stato redattore per riviste specializzate di computer music, ha suonato nei migliori locali e piano bar della Campania, ha collaborato con il grande drummer napoletano Tullio De Piscopo, con cui ha composto due canzoni.